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Antonio Rossi (di quaquitte) - Australia

I miei tristi ricordi della guerra.

Era il 1943. Io avevo 14 anni. I tedeschi erano appena arrivati a Montenero. Una mattina uscivo dalla mia casa (Colle del Tasso) e due Tedeschi, su di una moto, mi fermarono e mi portarono nella loro baracca che era situata vicino la Fontana di San Vito e li mi misero a pelare le patate insieme con loro. Continuai in quel lavoro per cinque ore. Ero a digiuno e avevo una gran fame che non mi dimenticherò mai.

Quando la minaccia dei tedeschi si fece seria, ci fu lo sfollamento del paese e noi andammo ad abitare nella masseria di Onorato Rossi. Eravamo circa cinque famiglie, più i padroni di casa. Ricordo che una notte ci mettemmo a macinare il grano con le pietre: era un lavoro estenuante. Per racimolare un paio di chili di farina per ogni famiglia lavorammo tutta la notte. Poi all'alba arrivarono i tedeschi e si presero non solo la farina ma anche le tavole, le sedie, le teglie e diciotto sacchi di patate che dovemmo riempire noi stessi e poi trasportarli sulle nostre spalle (circa trenta-cinque chili per sacco). Era d'inverno e c'era tanta neve. Attraversammo il torrente Parello, continuammo oltre fino al bosco Pennapizzuto, dove i tedeschi stavano costruendo le loro baracche. Ci misero subito a lavorare con loro. Mentre lavoravamo il vecchio Onorato si allontanò (forse per un bisogno) e i tedeschi, dopo averlo raggiunto, lo presero a calci e lo riportarono in dietro. Dopo aver lavorato un'intera giornata e senza mangiare, ci riaccompagnarono alla nostra abitazione, dicendo che sarebbero tornati al mattino seguente e guai a chi non si fosse fatto trovare !

Fu cosi che durante la notte mia madre ed io ci spostammo e andammo ad abitare dalla famiglia D'Orazio Giustino dove oggi abita: Raffaele D'Antonio. C'era ancora tanta neve. Siccome non avevamo il sale mi diedero un paio di scii e mi misi alla ricerca di un pò di sale tra le masserie di selvoni. Trovai circa quattro chili di sale rosso (quello per gli animali). Solo quello avevano. Nevicava e c'era una nebbia fitta che a stento si vedeva la via. Sentivo al di sopra di me gli aerei che sparavano e all' improvviso un aereo cadde a meno di cinquanta metri da dove mi trovavo. Ero livido dalla paura. Improvvisamente il cielo si schiarì e vidi un altro aereo in fiamme. C'era un soldato che ardeva come una candela, un altro era ridotto in tanti pezzi. Al di sopra si vedevano altri quattro aerei che lottavano tra di loro come i galli nel pollaio. Dalla loro bandiera capii che erano aerei inglesi che inseguivano un aereo tedesco.

Dopo qualche tempo, quando i tedeschi si erano allontanati da quelle parti mia madre ed io ce ne andammo ad abitare con i miei nonni e zii a Montepidocchio. Si pensava che il peggio forse ormai passato, quando una sera arrivo da noi una pattuglia di soldati polacchi i quali chiesero al mio zio Giuseppe dove si trovavano i tedeschi. Mio zio indico loro il posto dove erano accampati i tedeschi, ma li consiglio di non andarci perché sarebbe stata la fine di tutti quanti loro incluso noi. Per quanto mio zio si sforzasse a dissuaderli, non vi riuscì. I polacchi erano tutti ubriachi e avevano un mulo carico di vodka. Partirono durante quella notte stessa. Due giorni dopo tornarono indietro il mulo ferito ed un soldato il quale essendo stato bastonato dai tedeschi era stato abbandonato, creduto morto.

Da allora i tedeschi cominciarono a tirare cannonate verso di noi, credendo che il nemico fosse dove eravamo noi. Io mi trovavo fuori con mio cugino Riccardo, quando incominciarono a fischiare le cannonate. Pensai subito di mettermi al riparo dietro il muro della casa ma mio cugino diceva che non era necessario perché le cannonate passavano al di sopra di noi. Insistetti con lui e fermo nella mia idea di correre al riparo, me ne andai dietro al muro. Proprio in quell'istante arrivo un proiettile, che taglio in due un albero situato all'angolo della cascina e le schegge uccisero sfortunatamente mio cugino Riccardo. Eravamo tutti storditi dai proiettili che arrivavano in continuazione. Ognuno scappava senza sapere dove si trovassero gli altri. Mentre correvamo verso la Civita vidi due uomini che portavano Pasquale (Ciangiuolo). Il quale era stato ferito dalla schegge dallo stesso albero che erano volate a trenta-cinque metri di distanza e gli avevano spaccato una gamba. Più in la c'era un uomo seduto con un bambino tra le braccia. Qualcuno lo chiamo dicendo: "Pompilio, andiamo!" Ma lui era morto e suo figlio era salvo. Un vero miracolo!

Venne la fine della guerra con grande sollievo da parte di noi sopravvissuti, i quali anche se dobbiamo considerarci fortunati per la nostra sopravvivenza ne abbiamo sentito i disagi e le conseguenze per tanti anni dopo. Ricostruirci una vita ricominciando da zero e senza un soldo, é stato per noi tutti Monteneresi una prova di tanti anni di sacrifici.

Dopo aver passato gli anni più duri del dopoguerra, nel 1955 Io sono emigrato in Australia, come pure tanti altri Monteneresi sono emigrati in Canada, America ed a altre nazioni Europee.

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